L’episodio drammatico avvenuto a Frascati, dove un ragazzo di appena 14 anni ha accoltellato un sedicenne per futili motivi, non è soltanto un fatto di cronaca nera, ma un segnale profondo e inquietante di un disagio che serpeggia, spesso silenziosamente, tra le giovani generazioni. Avere un coltello in tasca, per un adolescente, va ben oltre il gesto materiale di possedere un’arma: rappresenta un modo distorto di affermare sé stessi, una scorciatoia per sentirsi forti, invincibili, al di sopra delle regole comuni. È, in altre parole, un sintomo evidente di un delirio di onnipotenza che si alimenta nella fragilità dell’età evolutiva.
Nel cervello ancora in formazione di un adolescente, la percezione del rischio è alterata, così come lo è la consapevolezza delle conseguenze. La realtà, talvolta, si confonde con le narrazioni che si incontrano sui social, nei videogiochi, nelle serie più crude, dove il gesto violento viene spesso spettacolarizzato o banalizzato. Il coltello diventa un simbolo: di potere, di controllo, di dominanza. Ma dietro quell’illusione di forza, si nasconde in realtà un vuoto profondo, un’incapacità di gestire il conflitto, un’impotenza mascherata da aggressività.
Sentirsi onnipotenti, in questi casi, significa credere di poter risolvere ogni tensione con un gesto eclatante. È una scorciatoia emotiva, una fuga dalla complessità del confronto, dalla difficoltà di nominare la rabbia, il senso di esclusione, l’umiliazione o l’ansia di non essere all’altezza. Portare un’arma significa aggrapparsi a un’illusione di potere che ha radici nella paura, nel bisogno di affermarsi in un mondo percepito come ostile, competitivo, spesso senza adulti credibili e presenti a fare da argine o da guida.
Non è un caso isolato. Secondo alcune stime condotte da osservatori specializzati in sicurezza e disagio giovanile, tra il 15% e il 20% degli adolescenti in Italia porta con sé abitualmente un coltello o comunque un oggetto atto a offendere. Numeri che variano a seconda delle aree geografiche e del contesto sociale, ma che convergono tutti verso una realtà allarmante: i giovani si armano per sentirsi meno vulnerabili, per appartenere a un gruppo, per evitare di essere le prossime vittime. È una spirale in cui vittima e carnefice si confondono, e la violenza diventa linguaggio dominante.
Il coltello non è solo un’arma: è un grido di aiuto. Un segnale che parla di adolescenti lasciati soli nella costruzione della propria identità, in un tempo in cui la pressione sociale è altissima e gli spazi di ascolto autentico sono sempre più rari. Dietro ogni lama c’è una storia non ascoltata, un dolore non accolto, una rabbia che non ha trovato parole. Ed è da lì che bisogna ripartire, prima che la cronaca ci racconti un’altra tragedia annunciata.