Cinquanta anni. Mezzo secolo. Tanto è passato dall’uscita del primo, inimitabile film dedicato al ragionier Ugo Fantozzi, icona tragico-comica della mediocrità impiegatizia italiana. E mentre nel 2026 si celebrerà anche il mezzo secolo del suo sequel, Il secondo tragico Fantozzi, in via di Monte Zebio, nel cuore del quartiere Prati a Roma, tutto tace. Niente targhe commemorative, nessun segnale ufficiale. Solo due graffiti a mantenere viva la memoria di una delle scene più memorabili della saga: la storica arrampicata sul muro e quell’urlo disperato che riecheggia ancora nell’immaginario collettivo – “Scusi, chi ha fatto palo?!”.
Correva l’anno 1976. L’Italia intera accorreva al cinema per vedere le nuove (dis)avventure del ragioniere più sfortunato – e amato – del grande schermo. In una delle scene più iconiche del film, Fantozzi è pronto per la serata perfetta: frittatona di cipolla, Peroni gelata da un litro, tifo indiavolato e rutto libero. Ma proprio mentre parte l’Inno di Mameli, arriva la doccia fredda. Sua moglie Pina riceve la chiamata del ragionier Filini. Obbedienza cieca, come da copione: “Ugo, credo che non potrai guardare la tua partita stasera…”.
Al posto di Italia-Inghilterra, il programma della serata prevede un “film cecoslovacco con sottotitoli in tedesco”, per volere dell’onnipotente dottor Riccardelli, dirigente appassionato di cinema d’essai.
Fantozzi, disperato, cerca di carpire aggiornamenti sulla partita salendo sul cofano della macchina, poi arrampicandosi su un muro – quello, appunto, all’angolo tra via di Monte Zebio e piazza del Fante – fino a bussare a una finestra: “Scusi, chi ha fatto palo?!”. Segue pugno secco in faccia e commento beffardo: “Colpito da McKinley!”.
Il resto è storia. Dopo la proiezione mancata del film cecoslovacco, la sala si prepara a vedere La Corazzata Potëmkin, il “capolavoro immortale” di Eisenstein. Il pubblico, costretto a restare, sprofonda nella disperazione. Il geometra Calboni sviene, mentre Fantozzi pronuncia la frase che segna un’epoca: “Per me… la Corazzata Potëmkin… è una cagata pazzesca!”. Una liberazione collettiva che farà epoca.
Eppure, a distanza di cinque decenni, quel muro di via di Monte Zebio resta privo di una vera targa commemorativa. Solo due graffiti – uno con il celebre interrogativo, l’altro con il profilo del ragioniere – tengono viva la memoria. Ma per i fan non basta più. Sui social, da anni, si moltiplicano gli appelli: “Qui serve una targa. Basta con l’indifferenza istituzionale”.
La richiesta è semplice: rendere omaggio, in modo ufficiale, a uno dei momenti più significativi del cinema comico italiano, nonché a Paolo Villaggio, genio assoluto capace di dare voce – e corpo – a una generazione di italiani. Perché Fantozzi non è solo un personaggio: è un’icona culturale. Un simbolo.
Nessuna risposta concreta finora. Solo nostalgie e meme condivisi, citazioni che passano di bocca in bocca, e un continuo tam-tam digitale per convincere Roma – o chi per lei – a fare ciò che sarebbe doveroso: celebrare un pezzo del suo immaginario collettivo.
Poi, sulla tangenziale di Roma ci sarebbe sempre quella frase scritta sotto un balconcino: “Non l’ho mai fatto, ma l’ho sempre sognato…”, ma quella è un’altra storia.