C’è un momento, prima di ogni partita, che non si gioca sul campo, ma fuori, tra le strade che portano allo Stadio Olimpico. È un momento fatto di attese, di riti, di piccole abitudini che ogni tifoso custodisce gelosamente. Torno ancora una volta allo stadio, ma con largo anticipo, per immergermi appieno in quell’atmosfera che rende unica ogni domenica di calcio.
Scelgo di parcheggiare lontano, non per comodità, ma per il piacere di godermi il lento fluire della folla, quel pellegrinaggio laico che, passo dopo passo, avvicina i tifosi al loro tempio. Le prime maglie spuntano già tra le strade, bandiere sulle spalle come mantelli, sciarpe avvolte con orgoglio attorno al collo ed alla vita. È un popolo in movimento, ognuno con la propria storia, con la propria emozione che cresce metro dopo metro.
Lungo il tragitto incontro giovani e anziani, facce illuminate dalla passione, padri e figli che camminano fianco a fianco, mani intrecciate e passi lenti. Sono immagini che scaldano il cuore: il nonno che racconta al nipote aneddoti di partite passate, il gruppo di amici che si ritrova sempre allo stesso angolo di strada per fare il tragitto insieme, la coppia di tifosi con la maglia storica della propria squadra.
Più mi avvicino allo stadio, più la folla si infittisce. Il brusio diventa rumore, il vociare si trasforma in un coro collettivo, le risate si mescolano ai primi cori spontanei. È un crescendo di emozioni, un’onda che avanza senza fretta, godendosi ogni istante di questa attesa. La tensione della partita è ancora lontana, forse non troppo, ma ora è solo pura gioia condivisa.
Arrivati ai pressi dell’Olimpico, lo spettacolo si fa ancora più intenso. C’è chi si ferma per un caffè veloce al bar, chi addenta un panino davanti a un camioncino, chi sorseggia una birra fresca, pregustando la partita che sta per iniziare. Qualcuno azzarda qualche previsione, altri controllano il telefono in attesa degli amici. È un rito collettivo, sempre uguale e sempre diverso, un mosaico di volti e storie che si ripete ad ogni partita. Ricordo negli anni ’80 l’appontamento era attorno al mappamondo, come se tutto lo stadio si riunisse in quel posto magico, bianco, caldimmi d’estate, freddo l’inverno. Ora i varchi sono differenziati, cambia il luogo di raduno ma la tribalità collettiva è sempre quella.
Tra la folla noto tantissime famiglie con bambini, i più piccoli con gli occhi sgranati davanti a quello che per loro è un mondo nuovo, magico. I genitori li sollevano sulle spalle per farli ammirare meglio lo spettacolo, le mani strette ai loro eroi di casa. Anche loro, oggi, stanno creando un ricordo che porteranno con sé per sempre.
E poi arriva il momento di entrare. Le fila ai tornelli si formano, si avanza con ordine tra controlli e biglietti scannerizzati. Il vociare diventa eco, la luce degli spalti si intravede oltre i cancelli. Ogni passo è un battito in più nel petto, l’attesa si trasforma in adrenalina. È tempo di calcio, è tempo di vivere lo stadio.
Oggi non è solo una partita, è il ritorno a casa.